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Articolo 18: che cos'è, cosa comporta, il dibattito

Per sindacalisti e lavoratori è un dogma intoccabile, mentre diversi politici, alcuni economisti e la maggioranza degli imprenditori vorrebbero se non eliminarlo almeno modificarlo. Stiamo parlando dell'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, da sempre oggetto di acceso dibattito perché ritenuto il perno intorno al quale fare ruotare un'eventuale riforma del mondo del lavoro. Per saperne di più, ecco una breve guida.

Articolo 18: che cos'è e cosa comporta

L'articolo 18 fa parte della Legge 14 maggio 1970, n°300, più comunemente nota con il nome di Statuto dei Lavoratori. Approvata a larga maggioranza (con un centinaio di astenuti, ma senza nessun voto contrario), tale norma è considerata di diritto il testo di riferimento più importante in materia di diritto dei lavoratori dopo la Costituzione stessa e sancisce la fine di un periodo di aspri scontri sindacali culminati con il rinnovo dei contratti collettivi nazionali nell'autunno del 1969.

L'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori prevede che in caso di licenziamento "senza giusta causa o giustificato motivo", il datore di lavoro che impiega nella sua azienda più di 15 dipendenti - 5 se si tratta di impresa agricola - ha l'obbligo di "reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro". Se il giudice, "accertata l’inefficacia o l’invalidità" del licenziamento, "dichiara la nullità a norma della legge stessa" di tale atto, il datore di lavoro è altresì obbligato a versare al lavoratore "un’indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto". Ma non solo: fermo restando l'obbligo per il datore di lavoro di versare detto risarcimento, il lavoratore al posto della reintegrazione può richiedere "un’indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto".

Se invece il "lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il pagamento dell’indennità di cui al presente comma, il rapporto di lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti".

E' bene sottolineare che l'Articolo 18 parla di reintegrazione e non di riassunzione. Tra le due forme corre infatti una differenza sottile a livello linguistico, ma sostanziale a livello fattivo: nel primo caso, infatti, il lavoratore torna a occupare il proprio posto di lavoro conservando l'anzianità di servizio e i diritti acquisiti col contratto da lui firmato all'atto dell'assunzione, mentre nel secondo caso diventa a tutti gli effetti un dipendente neo-assunto.

    LaPresse

Eliminazione e/o modifica dell'Articolo 18: il dibattito è aperto

Già nel 2000 i Radicali hanno indetto un referendum per abolire l'Articolo 18 al fine di favorire lo stato occupazionale. Tale referendum però è stato invalidato per il mancato raggiungimento della quota di aventi diritto al voto. La maggior parte dei partecipanti, comunque, ha espresso parere contrario all'abolizione.

In tempi più recenti il discorso ruota intorno alla possibilità di modificare l'Articolo 18 così da rendere più flessibile il rapporto tra datori di lavoro e lavoratori stessi, spingendo i primi a rinunciare a forme contrattuali poco tutelanti (contratto a progetto, partita IVA, collaborazioni di vario genere) per altre migliori e caratterizzate dalla possibilità di licenziare il dipendente per sussistenti e accertate ragioni economiche e strutturali. Una soluzione, quest'ultima, prospettata con l'introduzione del cosidetto contratto unico prevista dal progetto 'flexsecurity', ma che non convince pienamente nè sindacati nè lavoratori.

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