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Assegno universale per chi perde il lavoro: Renzi lancia il "jobs act" targato Pd

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Riparte dal tema del lavoro il pressing del nuovo leader democratico sul governo Letta, proprio a poche pre dalla pubblicazione delle ultime statistiche ufficiali relative all’andamento del mercato occupazionale in Italia. Per Matteo Renzi, pronto a mettere il jobs act sul tavolo della direzione nazionale del Pd la prossima settimana, si tratta di accelerare i tempi per dare risposte ad un Paese in crisi, sia sul versante della produttività che sul fronte del reddito.

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Nel documento illustrato per sommi capi dal numero uno del Partito Democratico nell’eNews serale, c’è spazio per classici cavalli di battaglia del centrosinistra, come il riequilibrio della tassazione alzando l’aliquota delle attività finanziarie ed abbassando la pressione fiscale sugli investimenti, ma non mancano sorprese, tra tutte l’eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio per le aziende e la cancellazione dei contratti a tempo indeterminato a beneficio dei dirigenti del settore pubblico.

Nodo centrale dell’offensiva programmatica del massimo esponente del Pd, la semplificazione delle formule contrattuali, moltiplicatesi in questi ultimi anni fino a superare il ragguardevole numero di quaranta tra tipi e sottotipi, a favore di un “contratto di inserimento a tempo indeterminato con tutele crescenti” capace di garantire lavoratori ed imprenditori ma soprattutto di dare un segnale di svolta ad un sistema da riformare con urgenza.

Sullo stesso terreno, l’idea (altrettanto impegnativa, almeno dal punto di vista della copertura economica) di assicurare un assegno universale a chi perde il lavoro, esteso a chi oggi non ne avrebbe diritto”, ma con l’obbligo contestuale di “frequentare un corso di formazione professionale e di non rifiutare successive offerte lavorative”.

Obiettivo dichiarato del segretario rottamatore, unire equità sociale e rilancio dell’occupazione in un arco temporale limitato: Basteranno 8 mesi, sostiene Renzi, determinato a spingere l’acceleratore nella direzione dell’immediata creazione di un circolo virtuoso che possa “attirare i capitali dall’estero, favorendo al contempo gli investimenti interni” ed aiuti “il Paese a ripartire.

Il quadro si completa con la proposta della riduzione del 10% dell’Irap sulle aziende, in nome del principio secondo cui chi produce lavoro paga di meno e chi si muove in ambito finanziario deve pagare di più”, con le ricette in materia di semplificazione amministrativa ed in generale con un piano industriale ramificato in 7 settori: made in Italy, politica culturale, Ict, stato sociale, turismo, agricoltura e cibo, edilizia e green economy.

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