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Contratto unico: che cos'è e come funziona

Contratto unico: sì o no? Può davvero risolvere il problema della precarietà (o almeno ridurlo) oppure è un'altra 'fregatura', come sostengono i sindacati e come temono molti lavoratori? Ecco allora alcune cose da sapere sulla proposta avanzata dal giurista Pietro Ichino: il testo, le differenze rispetto al contratto a tempo indeterminato 'standard', i vantaggi e i punti che creano perplessità.

Il contratto unico: che cos'è e come funziona

Il contratto unico è, in poche parole, una nuova tipologia di contratto a tempo indeterminato pensata per favorire l'ingresso dei giovani (e meno giovani) nel mondo del lavoro, garantendo ai lavoratori maggiori tutele rispetto ai cosiddetti contratti atipici e, allo stesso tempo, imponendo all'azienda meno vincoli rispetto a un contratto a tempo indeterminato di tipo tradizionale. Una rivoluzione che parte da una ridefinizione sostanziale del concetto di 'lavoratore dipendente': secondo il progetto 'flexsecurity' di Pietro Ichino, infatti, sarà considerato lavoratore dipendente chiunque lavori continuativamente per un unico committente, traendo da questa attività i 2/3 del proprio guadagno annuo, fino a un limite massimo di 40 mila euro. Questo dunque significa stop a finte partite IVA, contratti a progetto prorogati per anni e via dicendo. Continueranno a esistere e a essere applicati, invece, il tempo determinato, il lavoro interinale, l’apprendistato, il lavoro stagionale e la formula del part time.

Con il contratto unico sarebbe inoltre introdotto istituzionalmente il salario minimo, allineato a quanto previsto dai contratti nazionali di categoria o da quelli aziendali e obbligatorio per tutti i datori di lavoro, e sarebbero garantiti diritti basilari oggi molto spesso ignorati come ferie, malattia, maternità e TFR. Senza contare la garanzia dei contributi versati direttamente dall'azienda e fissati per tutti in un'aliquota pari al 28%.

Qual è allora l'inghippo del contratto unico? Cos'è che fa porre il veto dei sindacati e storcere il naso a molte persone? La risposta è una sola: la possibilità dell'azienda di effettuare licenziamenti in caso di oggettive esigenze economiche e strutturali, derogando di fatto a quanto previsto dall'Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Contratto unico: licenziabilità e welfare

Fermo restando che resta saldo il divieto di licenziare per qualsiasi motivo di tipo discriminatorio, quello che cambia con il contratto unico è che, in caso di riduzione del lavoro e/o di difficoltà economiche dell'azienda, quest'ultima può procedere a un piano di salvataggio lasciando a casa i propri dipendenti. Certo, rispetto all'attuale contratto a tempo indeterminato si tratta di un cambiamento radicale, tuttavia è anche vero che negli ultimi anni la congiuntura economica ha reso praticamente nulli gli ammortizzatori sociali previsti per i lavoratori con CTI in caso di difficoltà aziendale e che il contratto unico, di contro, offre un sistema di tutela per i dipendenti licenziati assolutamente innovativo e capace di garantire loro un'esistenza dignitosa nel periodo in cui restano senza lavoro. Questa nuova tipologia contrattuale, infatti, prevede:

  • una buonuscita, aggiuntiva rispetto al TFR e pari a una mensilità per ogni anno di anzianità maturata (ma questo aspetto potrebbe anche essere migliorato, secondo Pietro Ichino);
  • un sussidio, pagato dall'azienda e garantito a tutti i lavoratori che hanno maturato un'anzianità biennale, della durata di tre anni e così calcolato: il 90% dell'ultima retribuzione il primo anno, l'80% il secondo e il 70% il terzo;
  • un servizio di ricollocamento, sempre a carico dell'azienda e, anche qui, garantito a tutti i lavoratori con un'anzianità di assunzione almeno biennale.

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