Flessibilita' in uscita: che cos'è, a che cosa serve

La definizione 'flessibilita' in uscita' è diventata il tormentone - o meglio, uno tra i tanti - della riforma del lavoro messa in atto dal governo Monti e viene utilizzata per indicare le novità introdotte in fatto di licenziamenti. Un uso che si sovrappone e parzialmente si sostituisce a quello che se ne faceva prima delle modifiche dell'Articolo 18, quando definiva il complesso di leggi alla base della regolamentazione delle riduzioni di personale collettive e individuali. Ma che cosa significa realmente e a che cosa serve, in definitiva? Scopritelo qui.

Che cos'è la flessibilità in uscita

Quando si parla di flessibilita' in uscita, sostanzialmente si indica tutto l'insieme di norme che regolamentano la possibilità delle aziende, in caso di riorganizzazione o crisi, di ridurre il personale in modo massivo o peculiare, applicando la pratica cosiddetta dei licenziamenti collettivi (Legge 223/1991) o quella dei licenziamenti individuali (Legge 604/1996).

La necessità e l'oggettività dei licenziamenti è determinata dai vincoli previsti dall'Art. 18 che, nella riforma del lavoro 2012, è stato rivisto proprio per aumentare la flessibilità in uscita, mantenendo inalterata la normativa per quello che riguarda i licenziamenti discriminatori, ma modificandola in merito a quelli per motivi disciplinari ed economici. In detti casi, infatti, diversamente da prima, è il giudice a stabilire se reintegrare o indennizzare il lavoratore (con una somma variabile da 15 a 27 mensilità), fermo restando l'assolutà eccezionalità del reintegro in caso di licenziamento per ragioni economiche.

Ma perché incentivare la flessibilità in uscita in tempi di crisi? Da una parte vi sarebbe la necessità di allineare le imprese italiane ai cosiddetti 'cicli economici', mettendole nella condizione di licenziare quando il mercato è stagnante e di assumere quando riparte. Dall'altra, invece, ci sarebbe la volontà di spingere le aziende ad assumere con meno timore di ritrovarsi con personale in esubero nei momenti difficoltà. Ma non solo: una maggiore flessibilità in uscita tutelerebbe le aziende nei confronti di quei dipendenti che lavorano male (danneggiando la produzione e la crescita dell'azienda stessa e, in definitiva, del Paese), permettendo loro di licenziarli in caso di crisi economica.

Quali vantaggi con la flessibilità in uscita?

Nelle intenzioni del Ministro del Welfare Elsa Fornero, la flessibilita' in uscita dovrebbe far ripartire la produttività, incentivando ad assumere tutte le aziende: non solo quelle con meno di 15 dipendenti (alle quali non si applicano le disposizioni dell'Articolo 18, con l'eccezione dei licenziamenti discriminatori), ma anche e soprattutto quelle medio-grandi, caratterizzate da una migliore efficienza.

D'altro canto, la possibilità di licenziare nei momenti di crisi e di assumere quando la domanda riparte, rimetterebbe in gioco tutti i lavoratori (bravi e facenti parte a vario titolo della categoria degli atipici) che altrimenti non avrebbero chances di rientrare nel mercato del lavoro, bloccati magari proprio da quei dipendenti che lavorano male, ma che sono intoccabili per legge.

Idee valide ma - come fanno notare gli esperti - non accompagnate da un corrispondente progetto per sostenere le nuove assunzioni, per esempio, o per tutelare i lavoratori che restano a casa tra un 'ciclo economico' e l'altro. Solo superando il gap rappresentato da questi e altri analoghi vincoli, infatti, il modello della flessibilità in uscita - ispirato dal concetto europeo di flexicurity - potrà portare a quel rilancio dell'economia e del mercato che tutti si augurano.

lavoro.excite.it fa parte del Canale Blogo News - Excite Network Copyright ©1995 - 2014