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Internet: un datore di lavoro poco sfruttato

La storia per cui Internet è causa di disoccupazione - distruggendo posti di lavoro 'reali' per sostituirli con servizi online - non sarebbe altro che una leggenda metropolitana. E' quanto emerge dal rapporto compilato dalla società di consulenza americana McKinsey in seguito a uno studio che ha analizzato l'impatto della rete sulla politica e sull'economia.

La ricerca - commissionata dal presidente francese Sarkozy per il G8 dello scorso maggio - è stata condotta su tredici paesi: quelli del G8 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Canada e Russia) più Cina, Brasile, Corea del Sud, India e Svezia. Un'attività di raccolta e compilazione senza precedenti che ha messo in evidenza un dato inaspettato: il saldo tra i posti di lavoro creati e quelli perduti grazie a Internet è sempre positivo. Unica discriminante gli investimenti fatti da ogni singolo stato in tale senso. Maggiori infatti sono le risorse dedicate alla rete e più alto è l'indice di nuova occupazione.

Nella classifica virtuale che è venuta così a delinearsi, l'Italia si è ritrovata in ultima posizione e questo fatto - insieme alla realtà documentata del 'potere' di Internet di creare nuovi posti di lavoro - ha spinto le istituzione a commissionare a un gruppo di ricerca costituito da diversi specialisti un focus proprio sullo stato dell'arte a livello nazionale. I risultati saranno resi noti nei prossimi giorni, ma l'economista della Bocconi Francesco Sacco - membro del team di studio - ha anticipato a La Repubblica alcuni dati.

Negli ultimi 15 anni, la Rete ha creato 700 mila nuovi posti di lavoro a fronte dei 380 mila 'distrutti'. Un termine usato non a caso perché si tratta in effetti di impieghi e di ruoli cancellati dall'avvento della nuova tecnologia che comportano un "costo sociale" che, però, una "società matura" deve essere in grado di sostenere, come spiegato dal presidente dell'Agcom Corrado Calabrò. In parole povere, davanti a un saldo netto positivo di 320 mila posti di lavoro, lo stato deve approntare una politica che permetta la riqualificazione di chi è stato tagliato fuori così come la formazione di nuovi soggetti specializzati.

Ma non solo. Come se il gap italiano non fosse già abbastanza grave, si aggiunge anche l'evidenza che il potere occupazionale di Internet potrebbe anche essere maggiore se maggiori fossero gli investimenti a esso dedicati: in Francia, infatti, per ogni posto di lavoro perso ne nascono 5 nuovi, mentre nel Belpaese solo 3. Una differenza dovuta, in primis, alla scarsa e scarsissima diffusione della banda larga e di quella ultralarga e poi all'atteggiamento di chiusura delle piccole e medie aziende verso la Rete.

Una realtà che secondo l'istituto McKinsey può cambiare solo attraverso un profondo mutamento di mentalità e un approccio culturalmente innovativo capace di coinvolgere tutta la società e il sistema imprenditoriale: "Internet comporta una modernizzazione per tutti i settori economici e il maggiore impatto positivo si registra per le imprese tradizionali: tre quarti della ricchezza totale prodotta dalla rete viene da aziende che non si definiscono Internet player ma che hanno beneficiato dalla innovazione digitale".

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