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Focus sul lavoro in Emilia Romagna dopo il terremoto

Il sisma che il 20 e il 29 maggio 2012 ha colpito la Pianura Padana non ha provocato solo morti, feriti e causato la distruzione di numerosi edifici storici, case e aziende, ma rischia anche di mettere in ginocchio l'economia del paese. Come confermato dal presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, nella zona dell'epicentro è prodotto circa l'1% del Pil italiano, ragione per cui lo stato, le banche e le varie associazioni di categoria stanno studiando agevolazioni e finanziamenti per far ripartire rapidamente il lavoro in Emilia Romagna.

Il dopo-terremoto: la stima dei danni

I dati diffusi dalla Cgil in merito alla situzione del comparto del lavoro in Emilia Romagna sono drammatici: secondo quanto riporta il sindacato, infatti, sarebbero 20 mila i lavoratori fermi, 14 mila quelli a rischio e 3.500 le aziende dichiarate inagibili o crollate, per un danno complessivo stimato da Coldiretti in oltre 3 miliardi di euro.

I settori colpiti più duramente sono quello metalmeccanico, la ceramica, il biomedicale e l’agrolimentare. Per quest'ultimo l'organizzazione nazionale degli imprenditori agricoli parla di 500 milioni di danni, dovuti alle conseguenze del sisma su stabilimenti di lavorazione della frutta, cantine, acetaie di invecchiamento dell'aceto balsamico, caseifici e magazzini di stagionatura di Grana Padano e Parmigiano Reggiano, oltre che su case rurali, stalle, fienili, macchinari. Una situazione che per gli addetti ai lavori causerà un blocco delle attività produttive per almeno 3/4 mesi.

E dal fronte del biomedicale non arrivano notizie migliori. Situate soprattutto nel modenese, epicentro del sisma, le aziende di questo comparto occupano quasi 1.000 lavoratori, per i quali adesso si prospetta, nella migliore delle ipotesi, un lungo periodo di cassa integrazione, come conferma Stefano Rimondi, AD di Bellco, società di Mirandola che detiene una fetta del mercato italiano pari al 15%: "contiamo 260 operai in questo stabilimento. Sono in cassa integrazione da lunedì 21 maggio. Il secondo terremoto è stato anche peggio. E' un colpo duro per noi ma anche per il settore".

E se per l'indotto metalmeccanico e quello della ceramica non ci sono ancora numeri definitivi, è comunque certo che i 135 miliardi di prodotto interno lordo che fanno dell'Emilia Romagna la quarta regione più ricca di Italia sono fondamentali per il Paese e per la sua sopravvivenza alla crisi più dura che si trova ad affrontare dal secondo dopoguerra.

Le polemiche sulla sicurezza

Il terremoto ha avuto gravi ripercussioni sul lavoro in Emilia Romagna anche - e soprattutto - in termine di vite umane: sono infatti 12 le persone morte nel crollo dei capannoni di aziende situate nella zona dell'epicentro. Un tributo di sangue che, per molti, si sarebbe potuto evitare e che ha scatenato polemiche e recriminazioni. "Il fatto che sono di nuovo i lavoratori a lasciarci la vita mi fa pensare che non si è proceduto alla messa in sicurezza degli stabilimenti prima di far tornare le persone al lavoro", ha commentato il segretario della Cgil, Susanna Camusso, alla quale hanno fatto eco il responsabile delle politiche industriali della Cgil Emilia Romagna, Antonio Mattioli, che ha dichiarato che "l'eccezionalità non può mai prescindere dalla garanzia di operare in assoluta sicurezza", e la Fiom, per la quale è "gravissimo che si sia ripreso a lavorare dopo il primo evento sismico senza aver verificato le condizioni di sicurezza degli edifici industriali e ben sapendo che le scosse sarebbero continuate". L'accusa mossa da più parti, infatti, riguarda una troppo rapida ripresa della produzione, anche in capannoni per i quali la sicurezza non era garantita.

E nonostante il presidente di Confindustria getti acqua sul fuoco - "personalmente sono incline a escludere in gran parte malafede, soprattutto da parte imprenditoriale" - la procura di Modena, nella persona del procuratore capo Vito Zincani, ha annunciato l'apertura di un'inchiesta sulle vittime dei crolli, nella convinzione che "la politica industriale a livello nazionale sulla costruzione dei capannoni è una politica suicida".

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