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Licenziamenti discriminatori: cosa sono, le tutele

Le modifiche dell'Articolo 18 previste dalla riforma del lavoro 2012 hanno creato molta preoccupazione tra lavoratori e sindacati, non solo perché entrambi temono di veder cancellate con un colpo di spugna conquiste faticosamente raggiunte nel corso degli anni, ma anche perché l'Articolo 18 rappresenta l'unico argine contro i cosiddetti licenziamenti discriminatori. Qui di seguito potete trovare una guida che spiega cosa sono e analizza cosa cambia con il governo Monti.

Che cos'è il licenziamento discriminatorio

Per licenziamento discriminatorio si intende la risoluzione del rapporto del lavoro messa in atto dall'azienda nei confronti del lavoratore per le credenze, le idee e le attività sostenute, esposte e realizzate dal dipendente dentro e fuori il posto di lavoro e/o per la sua stessa persona. I licenziamenti discriminatori, dunque, riguardano la fede religiosa, il credo politico, l'appartenenza razziale, la lingua e l'orientamento sessuale, mentre non comprendono motivazioni legate all'età e alle condizioni di salute psico-fisiche del dipendente e/o di suoi familiari e congiunti.

La normativa vigente non riconosce mai valido il licenziamento discriminatorio, qualunque sia la ragione addotta, la dimensione dell'azienda e la categoria di appartenenza del lavoratore (impiegato o operaio, quadro, dirigente), come esplicitato dall'Articolo 4 della Legge n. 604 del 1966: "il licenziamento determinato da ragioni di credo politico o fede religiosa, dall’appartenenza a un sindacato e dalla partecipazione ad attività sindacale è nullo, indipendentemente dalla motivazione adottata" e come ulteriormente specificato dall'Articolo 3 della Legge n. 108 del 1990: "il licenziamento determinato da ragioni discriminatorie ai sensi dell’Art. 4 della Legge 15 luglio 1966 n. 604 e dell’Art. 15 della Legge 20 maggio 1970 n. 300, come modificato dall’Art. 13 della Legge 9 dicembre 1977 n. 903, è nullo indipendentemente dalla motivazione addotta e comporta, quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro, le conseguenze previste dall’Art. 18 della Legge 20 maggio 1970 n. 300, come modificato dalla presente legge. Tali disposizioni si applicano anche ai dirigenti".

In base a quest'ultimo testo, in particolare, la normativa prevede che - come disposto dall'Articolo 18 - il dipendente licenziato per motivi discriminatori sia reintegrato o, in alternativa, concordi con il datore di lavoro un indennizzo di buonuscita.

Licenziamento discriminatorio: cosa cambia con la riforma del lavoro 2012

Il testo del nuovo Articolo 18 del Governo Monti non introduce modifiche per quello che concerne i licenziamenti discriminatori, pertanto la normativa resta la stessa. In caso di licenziamento illegittimo per motivi religiosi, politici, razziali e/o sessuali, dunque, il datore di lavoro ha l'obbligo di reintegrare il dipendente (anche nel caso di aziende con meno di 15 dipendenti) e di risarcirlo delle retribuzioni e dei contributi previdenziali e assistenziali persi, per un minimo di 5 mensilità. In alternativa, il lavoratore può rifiutare il reintegro e fare domanda di risarcimento, chiedendo il pagamento di 15 mesi di retribuzione. Queste disposizioni valgono anche nel caso di licenziamento durante la maternità, in concomitanza del matrimonio e per il cosiddetto 'motivo illecito' previsto dall'Articolo 1345 del Codice Civile.

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