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Nestlè-Perugina assunzioni: il posto dei padri ai figli

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Patto generazionale o proposta indecente? Sta facendo molto discutere l'idea della Nestlé-Perugina di decurtare l'orario di lavoro dei padri (e delle madri) per assumere i figli. La fabbrica del cioccolato umbra, infatti, intende proporre a circa 1.000 dipendenti una riduzione da 40 a 30 ore settimanali in cambio dell'inserimento in azienda di un 'erede', con contratto di apprendistato. "Nessun automatismo in questo scambio, ma la possibilità, se competenze e formazione sono adeguate, di dare una mano al budget familiare in un momento di forte crisi economica", spiega il direttore Industrial Relation, Gianluigi Toia.

Ma la proposta non è stata accolta con l'entusiasmo che la multinazionale si aspettava. I dipendenti si sono spaccati tra favorevoli e i contrari, con i primi che preferiscono mantenere l'anonimato, anche in considerazione dello sciopero indetto per domani dalla Cigl, che prevede che i lavoratori di ogni turno incrocino le braccia per due ore e che una delegazione presidi i cancelli della fabbrica dalle 10 alle 12.

"A me questa proposta piace. Mio figlio ha 29 anni e non trova nulla da fare. Un call center prima, la consegna di lettere per una posta privata, tutto il giorno in giro a sue spese per portare a casa venti euro quando va bene... Con la proposta della Nestlé, io avrei meno soldi ma anche meno ore di lavoro, e lui avrebbe finalmente uno stipendio, sia pure basso, e anche i contributi", dice un dipendente a Repubblica e una collega gli fa eco: "Ho 57 anni, tagliare 10 ore alla settimana non sarebbe male. Il lavoro non è pesante ma si fanno i turni, giorno e notte. E poi la mia ragazza vorrebbe mettere su casa".

Ma per i contrari la questione è un'altra: "Credo che il passaggio padre-figlio sia solo uno specchietto per le allodole. Nello stesso piano la Nestlé ha proposto cose ben più pesanti", dice Sara Palazzoli, spiegando che l'azienda "per la bassa stagione, da marzo a giugno, ha chiesto i contratti di solidarietà", che significa il 40% in meno in busta paga, mentre quando la produzione riparte, "ecco allora l'orario 6 per 6, sei ore al giorno per sei giorni. Così lavori anche il sabato e non ti pagano lo straordinario. Resti in fabbrica per 36 ore e per essere pagato le 40 del contratto devi metterci tu quattro ore di ferie".

Senza contare, come spiegano dalla RSU, che ha respinto la proposta, che tra mobilità e prepensionamento "i lavoratori che potrebbero chiamare qui i figli non siano più di una quindicina": decisamente meno dei 1.000 indicati da Nestlé-Perugina. Tuttavia l'azienda sembra convinta della strada intrapresa e decisa ad andare avanti: "In Italia abbiamo 5.600 dipendenti e fra di loro, anche qui in centrale, ci sono quelli che sognavano di andare a casa a 55 anni e invece debbono aspettare una decina d'anni. Anche a loro faremo discorsi simili a quelli di Perugia", dice Toia, che ribadisce la bontà della proposta spiegando che "il padre perde il 25% del salario ma il figlio ha uno stipendio pari al 75% di quello a tempo pieno".

Ma è davvero questa l'unica via per ridare una speranza ai giovani? La Cgil è critica: "Ma quale patto generazionale alla Perugina. Il gruppo Nestlé con la proposta di trasformare rapporti di lavoro full-time in part-time dando in cambio l'assunzione dei figli vuole semplicemente nascondere l'assenza negli ultimi anni di investimenti sui siti produttivi del nostro Paese, l'abbandono di strategie commerciali e l'innovazione di prodotto". Che, tradotto, ancora una volta significa un futuro di incertezza.

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