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Outplacement: che cos'è

L'outplacement, anche detto attività di supporto alla ricollocazione professionale, è un servizio di consulenza che società riconosciute dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali offrono alle persone in uscita da un'azienda per trovare nuove opportunità. In Italia non è ancora molto conosciuto e diffuso, mentre all'estero è uno dei principali strumenti utilizzati dai dipendenti di ogni settore e livello per rientrare il più velocemente possibile nel mondo del lavoro.

Outplacement: che cos'è e come funziona

Secondo la definizione data dall'Associazione Italiana Società di Outplacement (AISO), l'outplacement è "l'attività con cui società specializzate agiscono a supporto della ricollocazione di uno o più dipendenti in uscita da un'azienda in una nuova posizione professionale, svolgendo a vantaggio di queste persone un complesso lavoro di autovalutazione e riqualificazione".

Richiesto e pagato dalle aziende per aiutare i propri lavoratori licenziati (per varie ragioni), in cassa integrazione o in mobilità a reinserirsi nel mondo del lavoro in base alle competenze e alle esigenze dei singoli e alla domanda espressa dal mercato, l'outplacement presenta numerosi vantaggi tanto per i dipendenti che per le aziende stesse.

I lavoratori infatti possono contare sulla consulenza di esperti delle risorse umane, specializzati tanto nell'orientare le persone a un nuovo progetto professionale - mettendole nelle condizioni di valutare realisticamente le proprie competenze e, di conseguenza, di muoversi in maniera mirata alla ricerca di nuove opportunità - che nell'intercettare offerte di lavoro che altrimenti resterebbero nascoste, come spiega a Adnkronos Cetti Galante, AD di Intoo, la società di outplacement di GI: "tra collaboratori e dipendenti abbiamo circa 150 persone che trovano mediamente in un anno 4-5 mila posizioni e siamo in grado di segnalare alle persone molte più offerte di quelle che il lavoratore si troverebbe da solo".

Per le aziende, invece, i vantaggi sono sia di natura economica che di 'immagine'. Offrire un servizio di outplacement ai propri dipendenti infatti significa inserirlo come 'benefit' all'interno del pacchetto di buonuscita concordato - proponendolo come alternativa a una somma in denaro - e garantire allo stesso tempo un distacco 'soft', abbassando i toni di ogni eventuale controversia e/o conflitto. Aspetto, quest'ultimo, che influisce sempre positivamente sulla reputazione dell'azienda.

Outplacement: la situazione italiana

In Italia esistono diverse società di outplacement (per maggiori informazioni e un elenco completo si rimanda ad aiso-outplacement.it, sezione 'I Soci'), tuttavia, come spiega Cetti Galante di Intoo, "in tre anni hanno seguito in tutto poco più di 23.400 persone e se pensiamo al numero di persone che hanno perso il lavoro, si capisce che lo strumento è ancora poco conosciuto e poco utilizzato, al contrario di quello che avviene altri Paesi".

Un mezzo non sfruttato adeguatamente, che 'paga' anche una scarsa attenzione da parte del governo: "gli altri paesi europei, soprattutto quelli nordici e del centro Europa, dedicano alle politiche su perdita e rioccupazione il 3% del PIL, di cui 1.5% alle politiche passive e l'altro 1.5% alle politiche attive, cioè outplacement e strumenti similari. L'Italia invece dedica l'1.8% del PIl, di cui l'1.5% alle indennità e solo lo 0.3% alle politiche attive", conclude Cetti Galante.

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