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Vai in pausa? Timbra il cartellino

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Un paio di caffè al bar sotto l'ufficio o alla macchinetta. Il break sigaretta per i nicotina addicted. La telefonata a casa per sapere se va tutto bene. L'sms per organizzare l'aperitivo o la partita di calcetto. Quanto tempo 'perdono' i dipendenti durante l'orario di lavoro? E' la domanda che si è posto il sindaco di Firenze Matteo Renzi e la risposta non deve essergli piaciuta per nulla dal momento che ha deciso che i lavoratori comunali dell'anagrafe di Palazzo Vecchio dovranno 'strisciare' il badge in uscita e in entrata ogni volta che si prendono una pausa.

"Questo è un periodo in cui chi lavora per il pubblico ha una grande responsabilità. Ci sono licenziati, cassaintegrati, il settore privato va come deve andare. Dal settore pubblico ci aspettiamo un esempio. Allora, ciascuno è libero di poter prendere il caffé o di poter fare la pausa per la sigaretta, figuriamoci se qualcuno mette in discussione il diritto di fare certe cose. La serietà è però quella di timbrare il cartellino, uscire, prendersi il quarto d'ora che serve e poi rientrare. Altrimenti non facciamo una bella figura con i cittadini" ha spiegato lo stesso Renzi in un'intervista al TG5 dopo che la sua delibera ha scatenato roventi polemiche non solo a Firenze, ma in tutta Italia.

Una decisione che, per certi versi, può anche essere comprensibile. Solo pochi giorni fa circolava in rete un video che mostrava dipendenti pubblici del comune di Arezzo 'pizzicati' in giro per commissioni e passeggiate durante l'orario di lavoro. Ma lì si trattava di fedifraghi organizzati che facevano timbrare il proprio cartellino da colleghi compiacenti per incassare la giornata lavorativa spesa tra parrucchiere, banca e supermercato. In questo caso invece è in discussione un diritto dei lavoratori sancito da una legge del 2003: se non esistono accordi contrattuali diversi, a ogni lavoratore spettano infatti almeno dieci minuti di pausa per ogni sei ore lavorate e undici ore consecutive di stop tra un turno e l'altro.

Eppure la questione è veementemente dibattuta da tempo se, come riportano le cronache, ben più di un ente pubblico e di un'azienda sono entrati in conflitto con i propri dipendenti per la questione della pausa. Il segretario generale del Comune di Como per esempio l'ha stigmatizzata parlando di "una netta violazione dei doveri d'ufficio", mentre la Corte dei Conti dell'Umbria ha punito con 500 euro di multa un'impiegata del Comune di Gubbio che risultava essere contemporaneamente al lavoro e al bar di fronte all'ufficio. Per non parlare dell'azienda privata bolognese Ducati Energia che ha provato a limitare le pause mettendo una macchinetta del caffè a tempo nella sala break.

"È un tema cruciale per l'organizzazione del lavoro. Molti manager ritengono che lo 'stacco' aiuti la concentrazione, ma questo vale per chi svolge un lavoro a alto contenuto intellettuale e creativo" conferma Paolo Citterio, presidente di Gidp (l'associazione che raggruppa i direttori del personale delle grandi aziende italiane), il quale afferma anche che il garzone che passa con le vettovaglie per i corridoi dell'azienda non è una soluzione adatta al modello italiano: "da noi la pausa serve anche per scambiare due chiacchiere con i colleghi, non basta una tazza di the".

Che fare allora? Secondo Antonio Crispi, segretario nazionale della Funzione Pubblica per la Cgil, "è un falso problema: non è certo la dipendenza dalla caffeina o dalla nicotina ad affliggere le nostre amministrazioni pubbliche, mi sembra piuttosto una moda deteriore quella di contare i minuti ai dipendenti". Ma intanto il sindaco Renzi, che ha scatenato la battaglia, non è assolutamente intenzionato a fare un passo indietro: "a togliere questa regola non ci penso neppure, anzi, probabilmente la estenderemo a tutti gli altri uffici". Con buona pace di tutti i dipendenti pubblici del capoluogo toscano.

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